Una soccorritrice professionista della Croce Verde Bellinzona racconta la sua storia, dagli inizi segnati da una maternità precoce alla formazione professionale, fino ai traguardi raggiunti nel soccorso preospedaliero.
Un’intervista intensa e autentica che affronta i cambiamenti negli interventi, il ruolo delle donne nel settore, le sfide emotive del mestiere e il valore del lavoro di squadra.
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Può raccontarci da quanto tempo lavora presso la Croce Verde Bellinzona e se il suo percorso professionale è stato sempre diretto verso il settore del soccorso?
Lavoro alla Croce Verde Bellinzona dal 2006, quindi l’anno prossimo saranno vent’anni. No, non ho avuto un percorso lineare. Ho avuto un figlio molto giovane e sono stata una mamma monoparentale. Prima della nascita di mio figlio avevo intrapreso un percorso scolastico e professionale in ambito amministrativo, ma poi ho dovuto fare delle scelte. Mi sono avvicinata al settore preospedaliero grazie a un’amica che aveva avuto un problema di salute: era intervenuta un’ambulanza e in quell’occasione è scattato qualcosa in me. Nel 1998 mi sono proposta come volontaria presso la sezione del Servizio ambulanza di Airolo, e ho ottenuto il Brevetto A. Poco dopo è avvenuta l’unificazione dei servizi di Biasca e Airolo, con la nascita di Tre Valli Soccorso nel 2000. Ho sostenuto gli esami di ammissione per la scuola di soccorritore a Lugano. Il direttore operativo dell’epoca, Stefano Dell’Orto, mi ha dato l’opportunità di fare anche turni notturni per aiutarmi a finanziare i tre anni di scuola. Una persona che mi ha sostenuta in un momento in cui si era stipendiati molto poco. Ho poi ottenuto il diploma finale di Soccorritrice professionista nel 2003 e ho fatto domanda per lavorare a Tre Valli Soccorso dove sono rimasta con grande entusiasmo fino al 2006. A differenza di quanto accade nella Svizzera interna, quando si è allievi non si è ancora assunti da un Ente di soccorso specifico.
A Bellinzona che realtà ha trovato rispetto alle sue esperienze precedenti?
A Bellinzona c’erano già alcuni colleghi che avevano frequentato la scuola con me. Gli interventi erano diversi rispetto a Tre Valli Soccorso. A quei tempi c’era un’altra cultura: si aveva vergogna di chiamare l’ambulanza anche per casi gravi, oggi per fortuna il numero 144 è ben conosciuto e viene utilizzato più spesso. A Bellinzona mi sono trovata confrontata con una casistica più varia, e questo mi ha permesso di ampliare le mie conoscenze professionali.
La sua scelta professionale è stata influenzata da qualcuno nella sua famiglia? Ci sono altri medici o soccorritori nel suo ambiente familiare?
Mio fratello è medico di famiglia, ha uno studio in Svizzera interna. Ha due anni più di me. L’ho sempre visto come un esempio. Non era semplice essere sua sorella minore: a scuola, con gli stessi docenti, il paragone era inevitabile. Vedendo l’impegno che metteva negli studi, mi sono detta che non volevo sacrificare così tanto. A diciott’anni ho deciso di partire per gli Stati Uniti: avevo lavorato tutte le estati per mettere da parte i soldi necessari, e sono rimasta tre mesi a studiare l’inglese.
Nel 2011 ho frequentato il DAS in gestione sanitaria, e nel 2017 ho iniziato il percorso di Master in management ed economia sanitaria e sociosanitaria, ottenendo il diploma nel 2022. Sono anche membro di comitato della Swiss Paramedic sezione Ticino e Moesano, l’associazione mantello che si occupa di migliorare la professione del soccorritore a livello svizzero. Non è un sindacato, ma lavora molto sul lato emotivo e formativo della professione. Quando è stata creata la sezione ticinese, ero parte del gruppo fondatore. Oggi abbiamo circa 100 soccorritori ticinesi che aderiscono all’associazione. Non percepiamo uno stipendio, ma spesso Croce Verde Bellinzona ci mette a disposizione gli spazi per gli incontri, e la Scuola infermieristica superiore ci sostiene con la possibilità di organizzare formazioni su temi come la gestione delle emozioni o il burnout. Purtroppo, però, la partecipazione è meno folta di quello che ci aspettiamo, nonostante il comitato ci metta anima e corpo nell’organizzazione, e questo mi dispiace.
Rispetto agli inizi della sua carriera, ha notato un cambiamento nelle casistiche dei pazienti e nelle tipologie di intervento?
Sì, rispetto a vent’anni fa, sempre più interventi oggi riguardano problematiche psichiatriche o, più spesso, sociali. Molti pazienti non hanno una diagnosi psichiatrica, ma vivono situazioni di disagio sociale. Non siamo stati formati per questo tipo di interventi. Non scegli questa professione per essere insultato o rischiare di essere aggredito. Il nostro compito è aiutare, ma sempre di più ci troviamo a dover chiedere aiuto noi, chiamando la polizia per proteggerci.
Durante la sua carriera le è mai capitato di assistere a un parto? Ci racconta com’è andata?
Sì, circa un anno fa. Siamo stati chiamati d’urgenza per una signora che era già in forti contrazioni. Era la sua seconda gravidanza, e sappiamo che in questi casi tutto può procedere più rapidamente. Avevamo contattato il dottor Anselmi, il nostro medico senior, che ci aveva detto di non tentare il parto in casa, ma di trasportarla in ospedale. Tuttavia, mentre la paziente era sulla barella ci siamo resi conto che il bambino stava per nascere. Per fortuna è andato tutto bene, ma partorire su una barella non è semplice.
Ricordo anche un altro parto nel Locarnese, cinque o sei anni fa. Era un caso difficile e il SALVA di Locarno aveva richiesto il supporto della neonatologia. Io, come capo intervento della Croce Verde Bellinzona, ho ricevuto il compito di trasportare in urgenza la neonatologa e l’ostetrica. Anche in questo caso, fortunatamente, tutto si è risolto positivamente.
Che effetto le fanno interventi così delicati e positivi, rispetto a quelli tragici che purtroppo sono più frequenti?
Non mi spaventano particolarmente i parti, ma ovviamente, se ci sono complicazioni come il cordone ombelicale attorno al collo, cambia tutto. Prima di diventare madre, mi sarebbe piaciuto diventare ostetrica. Avevo anche svolto uno stage di sei mesi a Frauenfeld in sala parto. Ma poi ho preso un’altra strada.
Noi viviamo sempre tra la vita e la morte. Ci sono decessi che toccano in modo particolare, come quelli di persone giovani in incidenti. Anche la morte di un anziano ha un impatto: pensi alla famiglia, al coniuge, ai figli. Ogni situazione lascia un segno.
Col tempo, si riesce ad abituarsi alla morte? Come si affrontano questi momenti?
No, ogni volta è diversa. Il contesto cambia, le emozioni sono diverse. A volte è più semplice se si tratta di una morte attesa, per esempio di pazienti in Hospice. In quei casi, il nostro ruolo è più un accompagnamento per i familiari.
C’è un intervento in particolare che non dimenticherà mai?
Era una settimana prima del mio diploma. Ero autista volontaria ad Airolo e siamo stati chiamati per un incidente nella galleria del San Gottardo: uno scontro tra un’auto e un camion. Una situazione molto difficile. L’autista dell’auto era morto, la moglie era incastrata ma cosciente. Dietro c’erano tre bambini. Con i pompieri abbiamo estratto la prima bambina, poi la seconda, e infine abbiamo scoperto un terzo bambino nascosto sotto delle coperte. Fortunatamente è arrivato abbastanza in fretta il medico d’urgenza Dr. Fransioli, che ha preso in mano la situazione. Anche se sono passati più di vent’anni, è uno degli interventi che difficilmente dimenticherò.
Questi episodi hanno un’influenza anche nella sua vita privata? Come riesce a non portarsi tutto a casa?
Il coinvolgimento emotivo c’è sempre, anche negli interventi più ordinari. Ci si chiede se si è fatto tutto il possibile. A volte ne parli con i colleghi, fai un debriefing. Io ho la fortuna di essere sposata con Barbara. Quando capita un intervento particolarmente toccante, parlare con lei mi aiuta molto. Capisce perfettamente di cosa parlo. Anche mio fratello, quando era giovane medico, mi diceva che era difficile trovare una partner che capisse certi ritmi: turni lunghi, reperibilità, chiamate notturne. Alla fine, anche lui ha sposato un’infermiera.
Ha mai vissuto interventi particolarmente significativi con sua moglie Barbara?
Sì, ad esempio una volta abbiamo avuto un intervento molto toccante con un ragazzo affetto da una malattia rara e grave che io non conoscevo. Barbara, in qualità di medico d’urgenza e anestesista pediatrica ci è stata di grande supporto e abbiamo potuto portare il ragazzo ancora vivo in ospedale così da permettere ai famigliari di avere il tempo di dargli l’ultimo saluto in un luogo protetto e accompagnato da personale formato. In seguito abbiamo fatto un debriefing approfondito e ho capito quanto sia importante prendersi tempo dopo un intervento per condividere il vissuto ed elaborarlo con il team intervenuto.
Essere in una relazione con una figura dirigenziale del proprio stesso ente può generare dinamiche particolari: i suoi colleghi la vedono trattata in modo diverso?
No, anzi. Barbara è più esigente con me. Se sbaglio qualcosa, me lo fa notare subito. Certo, ricevere una critica da chi vive con te è diverso, ma sono sempre osservazioni costruttive. E quando si tratta di temi che riguardano solo la direzione sanitaria, capisco che sono questioni di cui non possiamo parlare.
Oltre agli interventi, si occupa anche dell’organizzazione dei turni: ci racconta come funziona questo compito e se ha mai generato tensioni nel team?
Abbiamo regole chiare: le richieste devono arrivare entro una certa scadenza. Ogni soccorritore può fare quattro richieste di libero al mese, di cui al massimo due nei fine settimana. I turni sono spesso di 12 ore, quindi capita che qualcuno abbia anche 5-6 giorni consecutivi di riposo.
Non ho mai avuto grossi problemi. A volte arrivano richieste particolari, e si cerca di trovare una soluzione, ma non posso creare difficoltà ad altri per soddisfare una richiesta. C’è uno spirito di collaborazione: se oggi qualcuno ti aiuta, domani sarai tu a farlo. A Natale e Capodanno ci si organizza bene: chi lavora a Natale, è libero a Capodanno e viceversa.
Come soccorritrice donna, ha mai vissuto episodi di discriminazione o rifiuto da parte dei pazienti?
Personalmente non ho mai avuto problemi gravi. Sono alta e abbastanza imponente, e questo forse aiuta. Però in certe situazioni si percepisce subito che bisogna comportarsi in modo diverso per evitare escalation. Dipende anche dal tipo di urgenza: se è un caso critico, non c’è tempo per discussioni. Ma se il paziente comincia a disquisire sul fatto che sei una donna, allora sì, posso diventare piuttosto secca. Dico: “Adesso però siamo qui perché lei ha bisogno. Ci lasci lavorare.”
È una questione più culturale che religiosa. Con l’aumento della migrazione, la situazione è peggiorata. Penso a certi uomini provenienti da paesi dove la donna non ha alcun diritto. In Svizzera oggi le donne hanno moltissime libertà, ma mi fa male vedere donne che non possono goderne perché il loro uomo non glielo permette.
Ha degli hobby o delle passioni che la aiutano a rilassarsi al di fuori del lavoro?
Sì, mi piace molto il giardinaggio e i lavori manuali. Ho appena ristrutturato una casa accanto alla nostra. Mi piace rifare pareti, montare perlinature… non sarò una professionista, ma me la cavo. A volte mi arrabbio se non viene tutto perfetto, ma fa parte del gioco. Ho anche ristrutturato un rustico a Faido: i lavori grossi li ha fatti un’impresa, ma tutto il resto l’ho fatto io.
Grazie a mia moglie, essendo anche istruttrice di sub, ho scoperto il meraviglioso mondo subacqueo sia in Svizzera, sia all’estero. Fanno parte del mio passatempo anche la vela e la bici.
