Insieme, da venticinque anni nel Consiglio di Amministazione di CVB. Uno sguardo approfondito sulla storia e sul futuro della Croce Verde Bellinzona. In questa intervista, il presidente e il vice-presidente ripercorrono le tappe principali dell’Ente:
dalla nascita dell’attuale sede di via Rodari alle prospettive per una nuova struttura. Un’occasione per condividere riflessioni, risultati raggiunti e le sfide che attendono il soccorso professionale in Ticino.
In occasione dei 25 anni di attività nel Consiglio di Amministrazione della Croce Verde Bellinzona, il presidente Vincenzo Lacalamita e il vice-presidente Emilio Scossa-Baggi ripercorrono il loro lungo iter all’interno dell’Ente, raccontando aneddoti, sfide affrontate e trasformazioni vissute nel corso degli anni. Dall’inaugurazione della sede di via Rodari alla crescente professionalizzazione del soccorso, passando per i progetti futuri e la visione strategica di una nuova sede, emergono riflessioni su come sia cambiato il ruolo della Croce Verde Bellinzona, oggi realtà consolidata e strutturata come un’azienda di medie dimensioni.
I due intervistati affrontano anche temi chiave come il reclutamento dei soccorritori, il progetto DIAS, la questione del pro-capite cantonale, la copertura medica, le difficoltà politiche, la centralizzazione dei servizi e l’importanza di una gestione moderna e strutturata. Un’intervista che non celebra solo un traguardo, ma lancia uno sguardo consapevole e concreto verso il futuro del soccorso in Ticino.
Siete attivi nella Croce Verde Bellinzona da 25 anni: com’è iniziato il vostro percorso?
Vincenzo Lacalamita (VL), presidente: Sono entrato in Croce Verde Bellinzona nell’allora gruppo ricreativo nel 1989, e nel 1994 nel Consiglio direttivo. Successivamente, il presidente Renato Lotti mi ha chiesto di far parte nel Consiglio di Amministrazione come membro. Nel 2000 sono poi diventato presidente. Di quel gremio fanno ancora parte oltre al vice-presidente anche Fabiano Vanza.
Emilio Scossa-Baggi (ESB), vice-presidente: Io sono stato “cooptato” nel 1984 dal presidente della Croce Verde Bellinzona, il sergente maggiore capoposto di Bellinzona Sergio Crivelli. Sapeva che mi interessava un po’ l’ambito sanitario e mi ha chiesto di entrare come volontario. Ho prestato servizio come soccorritore volontario e autista dal 1984 al 1999. Nel 2000 mi è stato chiesto di entrare nel CdA. Già quando ero volontario, ero nel Consiglio di direzione sotto la presidenza dell’avv. Mattia Ferrari.
Quali ricordi avete del vostro primo giorno in Consiglio di Amministrazione?
VL: Non conoscevo fino in fondo le responsabilità che quell’impegno avrebbe comportato, così i primi tempi sono stati una palestra in cui ho dovuto apprendere tanto.
ESB: Di solito ho pochi ricordi del passato, ma uno che mi è rimasto impresso è che Vincenzo, a sorpresa, mi ha proposto subito come vice-presidente. Nessuno tra gli altri membri ha avuto obiezioni. Da lì si è costituito questo tandem presidente vice-presidente, che dura da 25 anni e che è tuttora attivo.
La sede attuale di via Rodari è frutto di una scelta ben precisa da parte vostra. Come è nato quel progetto e quali sono le prospettive per la futura sede?
VL: La sede attuale, inaugurata nel 2002, è uno dei progetti più significativi che abbiamo realizzato. Prima eravamo in una situazione precaria, in viale Portone. Il progetto iniziale prevedeva la sede a Carasso, ma un ricorso dell’Azienda Elettrica Ticinese ci ha costretto a cambiare strategia. Quando abbiamo saputo che la Banca Raiffeisen voleva vendere, abbiamo colto l’occasione per acquisire lo stabile ed ottenuto il permesso per costruire il garage per le ambulanze, elemento determinante per un servizio efficiente.
Nonostante qualche perplessità iniziale, la posizione si è rivelata ottimale. Tuttavia, lo spazio comincia a starci stretto e da tempo stiamo valutando per una nuova sede. Per il futuro bisognerà capire cosa succederà con il nuovo ospedale alla Saleggina e valutare se investire in quella zona o meno. Politicamente il servizio che offriamo è riconosciuto, ma manca da sempre la volontà concreta di affrontare il problema, ad esempio mettendo a disposizione un terreno per la nuova sede. I costi sono una questione, ma non sono il solo vero ostacolo allo sviluppo della Croce Verde Bellinzona. Se nel 2028 saremo in grado di rinnovare in maniera sostanziale il Consiglio di Amministrazione, vista la nostra intenzione di passare la mano, speriamo che i nuovi membri sapranno portare nuovi stimoli ed idee alla causa CVB. Io spero si realizzi una sede proiettata verso il futuro, con una visione strutturale d’avanguardia. Sarà importante pensare in prospettiva, al 2070, ed al servizio di soccorso che sarà prestato (sia dal punto di vista logistico che dei mezzi (droni ambulanza?). Probabilmente non servirà una sede faraonica, ma sarà necessario rivedere la posizione strategica dei mezzi, in funzione dell’evoluzione degli enti regionali di soccorso. Auspico una centralizzazione degli stessi, non una cantonizzazione: sono due cose diverse.
Il tema del pro-capite cantonale torna spesso al centro del dibattito. Qual è la vostra posizione al riguardo e perché lo ritenete un nodo così importante per il futuro dei servizi di soccorso?
VL: Personalmente mi sono sempre dichiarato favorevole all’introduzione di un vero pro-capite cantonale. In parte, qualcosa di simile esiste già: il Cantone oggi distribuisce dei sussidi sulla base dei costi riconosciuti. Tuttavia, il sistema attuale presenta forti asimmetrie. Per fare un esempio: la Croce Verde Lugano non riceve alcun sussidio, il Servizio Tre Valli Soccorso beneficia di circa 2 milioni di franchi, mentre realtà come Bellinzona, Mendrisio e Locarno percepiscono intorno ai 400’000 franchi ciascuna. Il costo reale del servizio prestato dai servizi è vicino a 30 mio annui, è quindi normale che, se il Cantone partecipa con ca. il 10% alla copertura dei costi, non possa insistere più di tanto su questo tema. Con un contributo uniforme di circa 25/27 franchi per abitante, si potrebbe arrivare a una distribuzione equa e trasparente delle risorse. Il vero ostacolo è di natura politica: i Comuni più ricchi non sono disposti a versare di più, e per questo motivo la riforma stenta a decollare.
Avete sostenuto con convinzione il processo di uniformazione delle ambulanze a livello cantonale. Quali sono, a vostro avviso, i vantaggi più concreti e immediati che questa scelta ha portato o porterà al sistema di soccorso?
ESB: Esatto, abbiamo voluto con determinazione l’uniformazione delle ambulanze in tutto il Cantone, che riguarda non solo i veicoli, ma anche l’equipaggiamento e le divise degli operatori. I benefici sono evidenti: qualsiasi soccorritore può utilizzare un mezzo senza necessità di adattamento, garantendo maggiore rapidità ed efficienza. Inoltre, la standardizzazione rende più agevoli gli interventi su larga scala, lo scambio di materiali tra enti e la gestione dei ricambi, che diventa molto più semplice e razionale. In questo modo si riducono i costi e si aumenta la capacità operativa dell’intero sistema di soccorso. Inoltre, abbiamo avuto un ruolo attivo non solo nella promozione di questo processo, ma anche nella creazione di nuove competenze. Ad esempio, qualche anno fa abbiamo partecipato alla nascita del gruppo specialistico UIT-S, pensato per affrontare interventi complessi in zone impervie o all’interno di grandi cantieri, in stretta collaborazione con i Pompieri di Bellinzona.
In Svizzera, la LAMal rimborsa solo una parte delle spese per l’intervento dell’ambulanza, e molti rinunciano a chiamare i soccorsi per paura dei costi. È un problema di salute pubblica: che soluzioni si possono immaginare?
VL: Bisognerebbe agire, ma a livello federale. È fondamentale che i nostri politici prendano finalmente in mano la situazione. Attualmente, il servizio ambulanze è inquadrato nella Legge Sanitaria come se fosse un servizio accessorio, quasi paragonabile a una palestra o a un centro fitness. Ed è proprio questo il problema: le casse malati considerano il trasporto in ambulanza come un servizio non essenziale, tanto che viene coperto solo dall’assicurazione complementare e non da quella di base. Inoltre, c’è un altro problema: essere divisi ci indebolisce nella trattativa. I servizi ambulanze sono una realtà piccola, una lobby poco incisiva, che non fa parte del grande gruppo degli ospedali. Questo ci rende deboli a livello negoziale. D’altro canto nemmeno gli ospedali sembrano interessati a inglobare i servizi ambulanze nei propri servizi. C’è anche una questione importante legata alle tariffe del trasporto in ambulanza: sono ferme dal 1995. Ora, è chiaro che i costi sono aumentati e bisogna essere realistici – non si può esagerare, ma nemmeno far finta di nulla. Proprio per questo, stiamo lavorando a un progetto di revisione delle tariffe, a livello federativo, attraverso la FCTSA. Questo progetto rientra in un piano di cambiamenti strategici per i prossimi quattro anni, e coinvolge tutti i servizi ambulanze del cantone. È urgente affrontare questo nodo. Tornando alla questione della LAMal, è evidente che occorre un cambiamento. Ma se non si muovono i politici, è difficile fare passi avanti. Le casse malati, da parte loro, non vogliono certo pagare di più. Comprensibile, visto che sotto gli occhi di tutti c’è un’escalation dei costi. Oggi si pagano cifre altissime, e spesso si tende a colpevolizzare le casse malati, come se fosse solo colpa loro. Ma la realtà è più complessa: è l’intero sistema che va analizzato con attenzione, dai fruitori delle prestazioni (noi), da chi le fornisce (medici, ospedali ecc.), dalle casse malati, dalle imprese farmaceutiche e dallo Stato.
Guardando indietro, cosa è cambiato in modo significativo nel settore del soccorso e nella vostra organizzazione?
ESB: È cambiato moltissimo. Siamo passati da un piccolo ente autonomo a una vera e propria azienda di medie dimensioni. Oggi ci sono nuovi standard qualitativi, come la medicalizzazione del soccorso e la presenza obbligatoria di almeno due soccorritori professionisti sull’ambulanza. Ai miei tempi bastavano anche due volontari. Ora, senza una formazione approfondita, non si può nemmeno salire su un’ambulanza. Tutto questo comporta regole molto rigide, costi più elevati e un accreditamento periodico da parte dell’Interassociazione di salvataggio (IAS).
Oggi è sempre più difficile trovare soccorritori professionisti. Come si potrebbe valorizzare e sostenere meglio questa figura?
VL: Abbiamo avviato da alcuni anni il progetto DIAS, che permette ai soccorritori di seguire un percorso “passerella” per diventare infermieri – e viceversa.
ESB: Come tutto il settore sanitario, anche noi riscontriamo difficoltà di reclutamento. Mio figlio è volontario alla Croce Verde e lavora come infermiere anestesista all’Ospedale San Giovanni, quindi conosco bene la situazione. Il progetto DIAS facilita il passaggio tra i ruoli, offrendo nuove opportunità. Purtroppo, il ruolo del volontario oggi è molto ridimensionato. Un tempo era una parte attiva del servizio, oggi sono quasi degli assistenti. Questo scoraggia chi era attratto dalla professione iniziando come volontario. Abbiamo creato un nuovo percorso di formazione intermedia, come l’ausiliario d’ambulanza. Ma va detto: la professione del soccorritore è logorante, sia fisicamente che psicologicamente. Non tutti riescono ad arrivare alla pensione in questa professione. Negli ultimi anni abbiamo aderito a un regolamento cantonale valido per tutti i servizi. Vengo da un settore dove ho gestito personale per oltre 30 anni, quindi ho sempre avuto attenzione per queste tematiche. Una delle modifiche più importanti è stata il passaggio dalle 42 alle 40 ore settimanali, oltre alla regolamentazione del lavoro notturno e delle indennità.
Con l’arrivo della direttrice Katia Bogiani, una decina di anni fa, è stato creato un Consiglio di direzione, composto dalla direttrice, dal medico responsabile e dal responsabile operativo. Inoltre, sono stati introdotti i Capi intervento regionali, che oggi gestiscono l’operatività quotidiana, ruolo che prima era meno ben definito.
VL: Abbiamo lanciato, a livello federativo, la proposta di uno Spitex dedicato al soccorso geriatrico, pensato sia per rispondere meglio alle esigenze di una popolazione sempre più anziana, sia per tutelare i soccorritori di lungo corso. Un professionista cinquantenne, dopo anni di turni e interventi spesso estenuanti, potrebbe così alleggerire il proprio carico di lavoro, continuando a dare un contributo prezioso in attività meno gravose, oppure intraprendere un percorso graduale di prepensionamento. La rogatoria in atto nel settore al momento blocca questa idea che andrebbe tuttavia approfondita magari anche con gli altri servizi e la FCTSA. L’intento non sarebbe quello del “guadagno” ma in primo luogo del servizio prestato alla popolazione e dal pareggio dei conti.
La proposta di uno Spitex dedicato per il soccorso geriatrico è interessante. Cosa servirebbe per concretizzarla?
VL: Serve innanzitutto un medico che riconosca il progetto, un direttore amministrativo, e l’organizzazione del territorio. Come detto è uno studio ancora da fare. Bisogna anche capire se i soccorritori stessi sarebbero interessati. Quanto al prepensionamento, oggi è già strutturato. La Fondazione Croce Verde Bellinzona è stata creata nel 1995 inizialmente per raccogliere fondi per la sede, ma poi si è orientata verso il finanziamento del prepensionamento. Dal 2000 grazie a coperture assicurative facilitiamo a partire dal 58esimo anno di età il prepensionamento (sempre che la situazione pensionistica di base del dipendente lo permetta).
Oggi Croce Verde Bellinzona è una realtà complessa e strutturata. Quante persone lavorano con voi e quali sono le nuove attività che svolgete?
ESB: Oggi abbiamo 46 persone stipendiate. Rispetto al passato ci sono nuove attività da gestire come l’isoletta-incubatriche per neonati per tutto il Cantone, i trasporti per il servizio patologico e quelli verso l’Ospedale Psichiatrico Cantonale di Mendrisio. Un’altra attività è il Telesoccorso della Svizzera Italiana, oggi gestito con una logistica separata, in collaborazione con ATTE-Associazione Ticinese per la Terza Età.
La gestione delle chiamate di soccorso è cambiata molto con la centrale unica 144. Quali vantaggi ci sono ad avere ancora oggi la proprietà della centrale e della Federazione?
ESB: Un tempo, il volontario alla Croce Verde rispondeva direttamente al telefono e prendeva in carico la chiamata d’emergenza. Oggi, con la centrale operativa unificata della Federazione, la situazione è completamente diversa. È vero, questo ha aumentato i costi, ma ha anche portato una grande professionalizzazione nella gestione delle chiamate. Oggi tutte le chiamate vengono gestite da una centrale moderna e centralizzata, dove operano professionisti del soccorso, agenti di polizia, pompieri e guardie di confine. Gli enti di soccorso lo hanno capito, anche se inizialmente c’era resistenza a questo cambiamento. Si è compreso che era meglio avere un professionista in grado di rispondere in più lingue, capace di gestire la chiamata e fare un primo triage telefonico. C’è stata una vera evoluzione anche da questo punto di vista. Il Ticino è l’unico Cantone dove i servizi sono proprietari della Federazione e della centrale 144, il che ci rende più agili nel prendere decisioni. Tuttavia, c’è già l’idea che un giorno il 144 diventi cantonale, con sussidi versati direttamente alla Federazione e non più ai singoli enti.
Quali attività potrebbero essere centralizzate a livello cantonale senza però correre il rischio di snaturare l’identità e l’autonomia dei singoli enti locali?
VL: Credo che alcuni ambiti amministrativi e gestionali si prestino particolarmente bene a una centralizzazione. Penso, ad esempio, alla fatturazione, alla contabilità, alla medicalizzazione e alla gestione delle risorse umane. Da anni stiamo lavorando al progetto di una fatturazione unica a livello cantonale, ma per poterla concretizzare è indispensabile fare prima un passo fondamentale: uniformare la raccolta dei dati dei pazienti. Oggi non tutti i servizi lo fanno in maniera ottimale e, quando i dati risultano incompleti, inevitabilmente anche la fatturazione ne risente. In altre parole, prima di pensare alla centralizzazione serve creare standard condivisi e migliorare l’efficienza complessiva del sistema. Solo così la centralizzazione potrà davvero portare benefici senza incidere negativamente sull’identità dei singoli enti.
Come immaginate il futuro del soccorso in Ticino?
VL: Occorrerà mettersi tutti attorno a un tavolo e ragionare insieme su come e dove collocare i punti strategici di intervento, valutando anche quali mezzi assegnare a ciascuna sede. Non è necessario costruire grandi strutture: spesso sono più efficaci sedi di dimensioni medie o piccole, distribuite nei territori dove la domanda di soccorso è più alta. Un progetto di questo tipo potrà concretizzarsi soltanto grazie al ricambio generazionale e al sostegno deciso del Cantone. La medicalizzazione centralizzata potrà permettere una migliore gestione delle risorse sul territorio.
Nel nostro Cantone la carenza di medici di famiglia è un problema ben noto e persistente. Questa situazione sembra avere conseguenze dirette anche sul sovraccarico dei pronto soccorso e sull’attività dei servizi ambulanza. Quali misure si possono adottare per affrontare in modo strutturale questa carenza?
VL: La carenza di medici di famiglia e di riflesso la mancanza, in particolare nei fine settimana del loro intervento soprattutto nelle le zone più discoste del Canton Ticino, causa un intervento massiccio degli Enti come il nostro ed intasa i Pronto soccorso. Questa situazione andrebbe sanata, per esempio introducendo un percorso formativo di medico di famiglia obbligatorio per i medici in formazione della durata di alcuni anni. Anche i casi di mobilizzazione delle ambulanze andrebbero riviste in base alla reale necessità del soccorso. A volte l’ambulanza non servirebbe realmente, bisognerebbe però poter contare sulla mobilizzazione di soccorritori con un’automedica.
Quali sono oggi i rapporti tra la Croce Verde Bellinzona e la Sezione Samaritani?
VL: Direi che i rapporti sono complessivamente buoni. Siamo infatti l’unico ente ad aver integrato al proprio interno una sezione samaritani, e questo rappresenta un valore aggiunto sia per noi che per loro. Da un lato, i samaritani hanno la possibilità di partecipare attivamente alla vita amministrativa e finanziaria della Croce Verde; dall’altro, l’ente beneficia della loro presenza e del loro contributo. Naturalmente, non mancano talvolta alcune resistenze da parte di certi soccorritori nell’accettare pienamente il loro ruolo, ma non è in discussione la legittimità e l’importanza della loro presenza. Si tratta piuttosto di imparare a convivere e a valorizzare le rispettive competenze.
E per chiudere questa intervista vorrei tornare all’aspetto più personale. Dopo 25 anni fianco a fianco nel Consiglio di Amministrazione avete certamente imparato a conoscervi a fondo: quali sono le qualità umane e professionali che riconoscete e apprezzate l’uno nell’altro?
VL: Emilio è una persona estremamente attiva e dedita, capace di spendersi con costanza e serietà. Lo apprezzo perché rappresenta per me una presenza affidabile su cui posso sempre contare.
ESB: Quello che apprezzo di Vincenzo è il suo pragmatismo, lo stile di conduzione molto simile al mio. Trattiamo gli argomenti cercando soluzioni dirette, senza girarci troppo attorno. Il nostro vantaggio è la costante presenza nel CdA, differentemente di altri membri che sono meno coinvolti e quindi meno coscienti delle problematiche dell’associazione.
Foto: 2002, inaugurazione della sede di via Rodari. Sul piazzale, davanti all’attuale sede. Da sinistra: Juan José Sánchez, Direttore; avv. Paolo Agustoni, Sindaco; Ida Galetti madrina, già milite CVB; Vincenzo Lacalamita, Presidente CVB e Emilio Scossa-Baggi, Vice-presidente CVB.
Foto sotto: Vincenzo Lacalamita ed Emilio Scossa-Baggi nel 2019.


